L’immagine racconta o noi raccontiamo un’immagine?  L’immagine è la rappresentazione della realtà o è il nostro vissuto che dà un significato all’immagine? E ancora, i racconti diventano immagini o sono le immagini che raccontano una storia? Una immagine può raccontare la storia di una persona, di un amore, o diventare un simbolo per interi periodi storici.  Al pari di un film o di un libro, le immagini possono trasmettere sentimenti molto forti, toccare nel profondo dell’anima, influenzare lo stato d’animo, far rivivere momenti anche molto lontani nel tempo. 

Sono sempre stato affascinato dalla potenza dirompente delle immagini, dalla forza evocativa che trasmettono, dall’influenza positiva o negativa che una foto, un quadro, un disegno o un segno possono dare a chi le guarda e a come può cambiare il significato se la stessa immagine viene raccontata.

Una immagine vale mille parole, dice Sally, mille pensieri e mille persone. 

Per circa 2 milioni di anni abbiamo comunicato con gesti e segni, abbiamo fatto a meno della scrittura ed abbiamo utilizzato un vocabolario molto povero, quindi dovevamo “ricordare” ciò che vedevamo associandolo a suoni, odori, sensazioni; questo ci ha permesso di evitare i pericoli, aumentare le opportunità ed esplorare l’ambiente circostante. La nostra esperienza e la capacità di sopravvivenza sono state quindi legate soprattutto agli organi di senso ed in primis la vista, affinando la capacità di analisi e di memoria. 

Il progredire tecnologico ha strutturato altre forme di comunicazione legate principalmente ad una forma di linguaggio complesso che ha certamente accelerato il progresso, rallentando ed inibendo le nostre capacità primordiali.

San Isidoro1 sviluppò nel VII e VIII secolo la teoria delle immagini, da questa teoria si definì  il concetto di comunità: “l’insieme di coloro che vedono la stessa cosa, ed il valore centrale che univa il popolo era la luce emanata dalle immagini condivise”.

Il medioevo cercò di realizzare e di dipingere un pensiero, una profezia, l’immagine doveva anticipare il visibile di realtà che in altro modo sarebbero restate segrete. 

L’analisi dei dipinti del quattrocento fatte nel XIX e XX secolo si arricchiscono di “indizi minimi” quali rilevatori di fenomeni più generali e di visoni del mondo di una classe sociale.  Pur nelle loro differenti fonti storiche, l’analisi si carica di significati complessi.

Quando immagazziniamo il significato di una parola il nostro cervello la vede come un’immagine, non come un gruppo di lettere da elaborare. E’ quanto hanno accertato gli esperti del Georgetown University Medical Center in uno studio pubblicato sul “Journal of Neuroscience”, che mostra come la nostra mente impari rapidamente le parole  “sintonizzando “ i neuroni in modo che rispondano a una parola intera, non a parti di essa. I neuroni rispondono in modo diverso alle parole reali e a quelle senza senso, dimostrando che c’è una piccola area del cervello sintonizzata in modo da riconoscere le parole complete. 

Nella didattica e nella quotidianità si tende ad utilizzare la memoria visiva come strumento estremamente efficace –  ricordi meglio se vedi una immagine.

 Studiare, ricordare altro non sono che processi di trasformazione da flusso di parole a flusso di immagini, immagini legate tra loro generano una storia, una storia con senso compiuto genera un racconto, un racconto è un dipinto della realtà fatto con la tavolozza dei colori messi a disposizione dalle nostre esperienze, più esperienze abbiamo più colori avremo nella nostra tavolozza e più il racconto sarà dettagliato e facile da ricordare, facile e piacevole perché logico.  La trasposizione non avviene parola per parola ma con immagini di insieme per gruppi di parole; ma non solo è un processo logico, è anche un processo creativo perché generare un’ immagine significa dare forma ad un pensiero, ad una descrizione, ad un concetto, generando una fervente attività nell’emisfero destro del cervello.

Nella cultura occidentale “fare comunicazione” –  progettare, condividere, parlare, elaborare percorsi d’intesa – si traduce in un linguaggio contestualizzato, nel trascorrere dei secoli il linguaggio si è arricchito e articolato, adattandosi alle specificità descrittive, fino ad arrivare al punto in cui l’immaginazione è descritta dalle parole, ma spesso servono troppe parole per descrivere uno stato d’animo o una sensazione ed allora ecco l’involuzione linguistica o la trasformazione linguistica. 

Dapprima il testo in 140 caratteri tipico degli sms,  caratteristica legata inevitabilmente ad una evoluzione trasformativa,  ha messo in evidenza una competenza comunicativa specifica per età e ceto, un idioletto ricco di espressioni brachilogiche e tachigrafiche foriero di capacità di sintesi e concisione. La strutturazione del messaggio non consente ridondanze o prolissità, l’abbreviazione diviene sempre più accentuata,  la punteggiatura eliminata, l’uso sempre più abusato di abbreviazioni, segni grafici, di frasi sincopate e apocopate porta ad una istantaneità di messaggio, non sempre chiaro o non sempre tradotto come nell’intenzione dell’emittente. Questo linguaggio dal sapore mimetico porta ad un inevitabile traghettamento verso un linguaggio icastico ed iconico, laddove gli emoticon diventano la rappresentazione tipica di una comunicazione paralinguistica fatta di immagini ed estranea alla forma scritta. 

E’ pur vero che il dictat Kantiano citava: “ i concetti senza intuizioni sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche”, quindi del testo che ne facciamo? Lasceremo ad icone poco complesse di sostituire la forma narrativa? Come descriveremo i romanzi, i saggi, le poesie? Trascureremo la lingua ed il piacere del discorso in favore della velocità e della semplicità?

La nostra vita è dettata da fretta, frenesia, ansia, sempre con l’orologio in mano e con l’agenda che suona scandendo appuntamenti a ritmi serrati.  L’illusione di guadagnare preziosissimi millesimi di secondo distorcendo frasi e condensando pensieri ci rasserena, abituandoci alla superficialità ed all’illusione del sapere. Filtrando la realtà con l’occhio della comodità,  ci adagiamo ad un linguaggio deprivato destrutturato, senza che ci venga chiesto un minimo sforzo per riattivare il cervello, la fantasia, la memoria.

Leggiamo sempre meno, fatichiamo a costruire e visualizzare un pensiero attraverso le parole, i social ci rubano il tempo disponibile aprendo le porte alle scuse, rimaniamo affascinati da sequenze di immagini imposte dalla rete e non scelte, riponiamo la nostra attenzione solamente su ciò che ci viene proposto senza andare alla ricerca del significato intrinseco dell’immagine, del racconto o del testo.

Ciò che un testo ci dice- scriveva Marc Bloch – non costituisce più l’oggetto della nostra attenzione. A noi di solito interessa maggiormente quel che ci lascia intendere, senza averlo voluto dire in maniera esplicita.

Da questo il dilemma: ci stiamo guidando verso un’ anoressia letteraria, ci stiamo privando della nostra foresta delle illusioni o siamo noi che pigramente ci facciamo guidare da stereotipi premiscelati involvendo a gruppi di interesse “teleguidati”? Siamo nell’era della digitalizzazione di massa, della comunicazione massiva, che non comunica e genera solitudine ed emarginazione. Abbiamo perso la capacità di  ascoltare davvero dedicando del tempo a chi ci sta di fronte, comprendere le emozioni, i sentimenti, immaginare e sognare con gli occhi di chi abbiamo di fronte. Non servono consigli e suggerimenti, spesso le persone hanno solo bisogno di essere accettate per quello che sono, di venire vissute con il loro zaino di esperienze, con la loro tavolozza di colori facendo collimare le visoni, le immagini delle realtà in un’unica immagine condivisa : questa si chiama comunicazione efficace, visone del vissuto.

Gianluca Grossi