1. Nobiltà, sia ereditaria sia (secondo l’interpretazione degli stilnovisti) acquisita con l’esercizio della virtù e con l’elevatezza dei sentimenti.
  2.  La qualità propria di chi è gentile, nei varî significati  dell’aggettivo: gentilezza d’aspetto, gentilezza di modi; e in senso morale: gentilezza d’animo, di costumi, di sentimenti. Più comunemente amabilità, garbo, cortesia nel trattare con altri: persona di squisita gentilezza; è di una gentilezza rara, incomparabile. Atto, espressione, modi gentili: fare una gentilezza. (Voc. Treccani)

Maleducazióne: L’esser maleducato; comportamento contrario alle norme della buona educazione; atto scortese, screanzato. (Voc. Treccani)

Credo che gentilezza e buona educazione siano modi di porsi che molto hanno in comune. La gentilezza, maggiormente, è una caratteristica della personalità, che può comunque essere allenata con un minimo di sforzo. La buona educazione, invece, viene dall’ambiente nel quale cresciamo oppure da un notevole impegno personale in età adulta. 

Essere educati non significa, automaticamente, essere ipocriti. Anzi, forse con un po’ più di buona educazione ci sarebbe meno ipocrisia in giro per il mondo…

Chiedere “Come stai?” non è farsi i fatti altrui: è buona educazione, è una piccola attenzione nei confronti del prossimo. Il quale può rispondere come meglio crede, anche con una pietosa bugia.

Di solito, a chi chiede “Come stai?” è buona norma, dopo aver dato notizie sul proprio stato, riformulare la stessa domanda. Altrimenti si evidenzia grande maleducazione e poca attenzione per il prossimo. Altri sono i modi per tenere distante qualcuno, e nessuno di questi, nei normali rapporti, coinvolge la maleducazione. In poche parole: la maleducazione fa fare solo brutta figura, e non dà alcun valore aggiunto alla persona. La gentilezza è anche una forma di eleganza, da non confondere con dabbenaggine o debolezza.

Recentemente su un bus pieno ho visto un ragazzo africano con la sua grossa borsa lasciare il posto a un anziano, mentre i nostri baldi giovanotti continuavano a stare seduti con gli occhi incollati al cellulare; ricordo di aver dovuto agitare, anni fa, la mia grossa pancia di otto mesi sotto il naso di un uomo, piuttosto giovane, su un bus urbano prima che mi guardasse, alla sesta fermata, e con aria innocente mi dicesse: “Oh scusi non me ne ero accorto…”

Vogliamo parlare delle persone che ti danno del tu, pur non avendoti mai visto prima, o ti chiamano “amore”, o “stella”, o di quelle che, parlandoti, nemmeno alzano gli occhi dal famoso cellulare di prima? Piccole cose, che denotano come molto sia cambiato in questi anni, andando verso una deriva di chiusura e mancanza di collaborazione. Ognuno di noi ha mille e mille aneddoti da riportare sull’argomento.

In pochi ambienti come sul luogo di lavoro essere gentili si rivela un alleato formidabile. Poco costa un saluto con un sorriso al mattino e una parola di cortesia tra colleghi, e ciò di solito ben dispone per il resto della giornata. Altrettanto vale per una risposta beneducata, anche se magari stiamo facendo altro o siamo impegnati, ad esempio con un cliente.  Soprattutto in ambienti aperti, dove si lavora a stretto contatto con persone di ogni tipo, essere gentili nei loro confronti e, soprattutto, nei confronti dei colleghi, dona una sensazione di serenità e ben dispone agli acquisti. Ognuno di noi, da cliente, vede chiaramente lo stato d’animo del personale che ci serve, che si tratti dell’acquisto di un capo di abbigliamento o di un caffè al bar, e ne trae le debite considerazioni. 

Naturalmente nessuno potrà mai essere messo al riparo dal maleducato cronico, da chi la mattina si sveglia comunque, per tutti i propri buoni motivi, con la luna storta e scende dal letto con il piede sbagliato,  che si tratti di un collega, di un commesso o, peggio ancora, di un cliente. Nei confronti di queste persone, purtroppo, non ci sono gentilezze che sortiscano risultati.

Per questo sollecito costantemente i miei ragazzi a dare il buongiorno, la buona sera, a dare del lei alle persone che non conoscono, a chiedere permesso e a ringraziare quando viene dato loro qualcosa, anche solo la risposta ad una domanda. Ancora spero che queste siano cose contagiose, come il sorriso di una persona che incontri per strada. Sui social siamo costantemente invasi dagli aforismi del giorno sulla gentilezza, sulla cortesia, sul sole e la luna e le stelle e gli abbracci. Ma… lo facciamo solo sui social, come se quello fosse diventato il mondo reale. È quella una delle bolle nelle quali viviamo, dove sempre più spesso  della parola gentilezza non si conosce nemmeno il significato. I leoni della tastiera iniziano molto presto la loro carriera di odiatori, la iniziano nelle chat con i compagni di classe che sono piene di insulti e di acredine nei confronti dell’universo mondo. Si questo argomento si sono versati e si versano ettolitri di inchiostro e si si sono scritte pagine su pagine, ci sono dibattiti pubblici, interventi con esperti nelle scuole di ogni livello con diversi metodi di approccio calibrato appositamente sull’età della platea. Dal mio osservatorio non vedo cambiamenti significativi e non ho nessuna formula magica, però mi chiedo quanto i genitori siano consapevoli del potere dello smartphone che regalano ai figli in occasione della prima comunione, e se talvolta riescano a trovare la forza di farselo dare e di leggere e guardare quello che lì accade. Questo è esattamente l’ambito dove il genitore deve trovare la forza di fare l’adulto, se ne ha le capacità: dare un simile strumento a bambini delle elementari o ragazzi in piena pre-adolescenza ha lo stesso impatto di prenderli, portarli a Milano il fine settimana e lasciarli da soli in Piazza del Duomo. Nessuno, consapevolmente, farebbe mai questa cosa. Ma il fatto che siano chiusi nelle loro stanze non impedisce che ciò, virtualmente, accada, e ciò potrebbe anche avere un impatto più devastante dell’abbandono vero.

Nella vita la gentilezza si manifesta anche attraverso il riconoscimento e il rispetto dei ruoli, ad ogni livello e in qualsiasi ambito. Quindi un grande atto di gentilezza, nei confronti dei nostri ragazzi, è l’assunzione della corretta responsabilità da parte di genitori e insegnanti, che siano impegnati in un comportamento veramente adulto, e nel guidare i bambini e i ragazzi lungo la strada della loro crescita, senza alcun tipo di abbandono.

Chiara Stoppa